Nell’insegnamento di Paramhansa Yogananda, la quiete — in inglese stillness, cioè quiete e immobilità interiore dello Spirito — corrisponde alla ricerca di shanti, la pace divina. Non è semplice assenza di rumore, né soltanto rilassamento del corpo o sospensione momentanea dei pensieri. È una qualità sacra della coscienza, una condizione in cui l’anima, l’atman, comincia a riconoscere la propria origine nello Spirito, il Paramatman. L’uomo ordinario cerca pace controllando e modificando le circostanze esteriori: desidera un ambiente più favorevole, relazioni più armoniose, meno preoccupazioni, meno ostacoli. Yogananda rovescia questa prospettiva: la vera quiete non nasce quando il mondo smette di muoversi, ma quando la coscienza impara a non essere più trascinata dal movimento del mondo e a rimanere centrata in se stessa, a prescindere dalle circostanze esterne.
Per questo la “stillness” non è inerzia, ma intensa presenza radicata nella pace. È uno stato di vigilanza spirituale in cui l’energia vitale, il prana, non viene dispersa nei sensi, nelle emozioni e nelle reazioni, ma raccolta interiormente. Questo raccoglimento è vicino al principio di pratyahara, il ritiro dell’attenzione dai sensi. Quando la mente si placa, lo yogi non deve creare la pace: la scopre dentro di sé. Essa era già lì, come il fondo limpido di un lago sotto le increspature della superficie.
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