Newsletter e Post KYA

Post Giugno 2026: God is Stilness. La quiete negli insegnamenti di Yogananda

Nell’insegnamento di Paramhansa Yogananda, la quiete — in inglese stillness, cioè quiete e immobilità interiore dello Spirito — corrisponde alla ricerca di shanti, la pace divina. Non è semplice assenza di rumore, né soltanto rilassamento del corpo o sospensione momentanea dei pensieri. È una qualità sacra della coscienza, una condizione in cui l’anima, l’atman, comincia a riconoscere la propria origine nello Spirito, il Paramatman. L’uomo ordinario cerca pace controllando e modificando le circostanze esteriori: desidera un ambiente più favorevole, relazioni più armoniose, meno preoccupazioni, meno ostacoli. Yogananda rovescia questa prospettiva: la vera quiete non nasce quando il mondo smette di muoversi, ma quando la coscienza impara a non essere più trascinata dal movimento del mondo e a rimanere centrata in se stessa, a prescindere dalle circostanze esterne.

 

Per questo la “stillness” non è inerzia, ma intensa presenza radicata nella pace. È uno stato di vigilanza spirituale in cui l’energia vitale, il prana, non viene dispersa nei sensi, nelle emozioni e nelle reazioni, ma raccolta interiormente. Questo raccoglimento è vicino al principio di pratyahara, il ritiro dell’attenzione dai sensi. Quando la mente si placa, lo yogi non deve creare la pace: la scopre dentro di sé. Essa era già lì, come il fondo limpido di un lago sotto le increspature della superficie.

 

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Post Maggio 2026: Pratipaksha Bhavanam: Dal buio alla Luce

Molte persone si chiedono come affrontare momenti in cui emergono dubbi, paura, ansia o rabbia: stati interiori che abbassano l’energia e mantengono la coscienza ancorata a livelli più densi. Nel corso del tempo, diverse tradizioni hanno proposto approcci differenti a questa dinamica, dalla psicologia alla meditazione, fino alle grandi vie sapienziali dell’Oriente.

In questo scritto prendiamo in considerazione una tecnica chiamata Pratipaksha Bhavanam, descritta da Patanjali nei suoi Yoga Sutra. Si tratta di uno dei principi più preziosi della psicologia applicata dello yoga: un metodo sorprendentemente attuale per riconoscere e trasformare pensieri negativi, distruttivi o limitanti.

Nel secondo capitolo degli Yoga Sutra, il Sadhana Pada, Patanjali presenta, infatti, questo insegnamento in modo diretto e profondo. Al sutra 2.33 e 34 leggiamo:

33     Vitarka Badhana Pratipaksa Bhavanam

Per superare e neutralizzare gli impulsi e le tendenze negative (vitarka), si dovrebbe coltivare le qualità e le abitudini opposte o positive (Pratipaksa Bhavanam).

34     Vitarka Himsa Adayah Krta Karita Anumodita Lobha Krodha Moha Purvaka Mrdu Madhya Adhimatra Duhkha Ajnana Annata Phala Iti Pratipaksa Bhavanam

Quando i pensieri o le azioni negative come, ad esempio, la violenza emergono in noi, che siano incitati da avidità, collera, infatuazione, sia che siano espressi in modo leggero, medio o intenso, essi sono fondati sull’ignoranza e portano sicuramente dolore. Per evitare il dolore che ne deriva, bisogna coltivare i pensieri contrari e positivi.

 

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Post Aprile 2026: La via della devozione

Ho immaginato questo scritto come un racconto in cui il Maestro, Paramhansa Yogananda, si rivolge a un gruppo di discepoli e comincia a parlargli del Bhakti Yoga. Gli insegnamenti contenuti si rifanno a quelli del Maestro sull’argomento, anche se naturalmente ci sono spunti personali che derivano dalla mia ormai trentennale esperienza come suo discepolo.

Giovanni Mukundadas

Lezione sul Bhakti Yoga

Eravamo seduti ai piedi del Maestro che ci guardava con semplicità, con i suoi occhi puri come la luce dell’anima, come se stesse per indicarci qualcosa che avevamo sempre avuto davanti a noi; eppure, non riuscivamo a scorgere. Nell’aria c’era odore di incenso di sandalo e gelsomino. Il mio cuore batteva forte per l’emozione di trovarmi davanti a una manifestazione Divina così bella e straordinaria e, allo stesso tempo, era colmo di amore e devozione che agivano come una cascata di pace che calmava e rinfrescava l’anima.

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Post Marzo 2026: Un dialogo con Babaji: una storia fantastica

La stanza era immersa in un silenzio denso e vibrante. Seduto nella penombra, Mukundadas manteneva la postura immobile, il respiro calmo e sottile, gli occhi chiusi e concentrati nel punto tra le sopracciglia, l'occhio spirituale. La sua mente, dopo aver praticato a lungo le tecniche del Kriya Yoga, si era finalmente acquietata, scivolando in uno stato di profonda interiorizzazione nel Pranava, che ora lo avvolgeva come l’oceano fa con la goccia.

All'improvviso, lo spazio oscuro dietro le palpebre chiuse cominciò a mutare. Non fu un lampo abbagliante, ma un bagliore dorato, morbido e avvolgente, che si espanse fino a riempire l'intera stanza, dissolvendo le pareti fisiche e trasportando la sua coscienza in una dimensione senza tempo. Tra le cime innevate di un paesaggio himalayano interiore, la luce iniziò a condensarsi.

Prese forma la figura di un giovane asceta dai lunghi capelli color rame e dal corpo radioso. L'aura di pace infinita e l'amore travolgente che emanava non lasciavano spazio a dubbi: era Mahavatar Babaji.

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Post Febbraio 2026: Pratica e distacco nella visione di Yogananda e Patanjali

I grandi Yogi indiani dicono che vale più un grammo di pratica che una tonnellata di teoria. Quanto è vera questa affermazione! E quanti ricercatori ho conosciuto che, pur essendo sinceramente alla ricerca della Verità, continuano ad annaspare affannosamente dietro libri, conferenze, maestri veri, falsi o autoproclamati, passando da uno all’altro continuamente, pensando di essere su Amazon e con un click arrivare alla felicità, al risveglio e non riuscendo a capire che per sfamarsi devono assaggiare loro stessi il cibo dell’estasi meditativa. Continuano in questo modo a cercare scorciatoie e trucchi vari per arrivare a ciò che può essere raggiunto solo applicandosi con costanza, risolutezza ed entusiasmo allo svolgimento delle pratiche insegnate da un vero Maestro e che il raggiungimento della realizzazione del Sé può richiedere tanto tempo quanto il nostro karma, lo sforzo personale e la Grazia (Kripa) del Divino ci concede.

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